sabato 26 gennaio 2008

Santa Famiglia



Siracide 3,3-7.14-17
Colossesi 3, 12-21
Luca, 12.39-40
http://www.qumran2.net/
La famiglia di Nazaret compie un pellegrinaggio al tempio.
Che cosa rappresenta il tempio, qualsiasi tempio, nel mondo religioso della persona credente?
Forse non si sbaglia dicendo che il tempio rappresenta il sentimento della stabilità e della continuità.
Fuori del tempio si svolge il fluire disordinato della vita, nel segno di improvvisi e imprevedibili cambiamenti.
Il tempio invece evoca l’ordine, la gerarchia dei rapporti, il culto della tradizione, quindi un senso di stabilità.
Si sa che molti uomini di cultura, soprattutto all’inizio del secolo scorso, si sono convertiti scegliendo di entrare nella chiesa cattolica perché questa sembrava offrire proprio quei valori di stabilità e di sicurezza che abbiamo visto richiamati dalla funzione del tempio.
Qualcosa di analogo sembra succedere oggi, se è vero che ci sono atei che si scoprono devoti.
Devoti di chi?
Non di colui che abita nel tempio (continuano infatti a professarsi atei), ma di certi valori rassicuranti che sono rappresentati dal tempio.
Se però noi oggi leggiamo attentamente questo racconto che troviamo nel vangelo di Luca, ci accorgiamo che il tempio, per la presenza di Cristo, non svolge più la tradizionale funzione rassicurante, ma rovescia completamente questa immagine.
Il tempio viene associato alla novità, alla contestazione del passato, al superamento di ciò che è vecchio.
E’ infatti nel tempio che Gesù pronuncia questa frase rivoluzionaria: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.
In che senso si tratta di una parola rivoluzionaria?
Affermare che c’è un Padre che sta al disopra di ogni paternità umana vuol dire che i rapporti tra le persone, soprattutto all’interno delle famiglie, vanno interpretati e vissuti con una sensibilità nuova.
Se c’è un Dio che è Padre prima di te, la tua paternità o la tua autorità viene relativizzata per cui non puoi pensare di esercitare, come spesso succede, uno spirito di possesso o di dominio sulle persone.
Puoi dire “mio figlio”, ma senza enfatizzare troppo l’aggettivo possessivo, perché quel figlio, prima che tuo, è figlio di Dio.
Puoi dire “mia moglie”, ma rispettando e onorando in lei il mistero del suo personale rapporto con Dio.
Gesù, con le parole pronunciate nel tempio, ha smantellato i rapporti fondati su un amore che, più che amore dell’altro, è inconsciamente e morbosamente solo amore di se stesso.
Era quello che voleva dire Andrè Gide, celebre scrittore francese del secolo scorso, quando in un suo romanzo scrisse: “Famiglie, io vi odio”.
La frase scandalizzò molte persone, mentre si sarebbe dovuto capire quanto di giusto e di evangelico ci fosse in questo suo grido.
Non è stato del resto Gesù a dire:”Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”(Lc 14, 26)
Certo non si tratta di rinnegare il quarto comandamento, ma di odiare quello che in una famiglia si oppone alla vera crescita della persona.
Frequentare il tempio in cui si ascoltano queste parole di Gesù è come poter dire:”C’è un Dio che è dalla mia parte perché mi vuole liberare da tutte le tutele costringenti e mortificanti.
E lo stesso Dio mi ricorda che io devo esercitare con grande rispetto e delicatezza l’autorità sulle persone che mi sono affidate, mettendomi al servizio del progetto che esse sono chiamate a realizzare, seguendo la voce interiore dello Spirito”.
E’chiaro che in questa nuova prospettiva i ruoli all’interno della famiglia non sono mai rigidamente fissati per sempre, ma devono essere continuamente ricreati e rinnovati.
Si pensi ancora a Gesù nel tempio: sembra che a insegnare le cose di Dio non siano i sacerdoti o i dottori in teologia, ma un ragazzino venuto chissà da dove.
La stessa cosa potrebbe – dovrebbe – avvenire anche in una famiglia: non c’è nessuno che abbia da solo il diritto di parlare e di decidere per tutti, ma ciascuno deve mettersi in ascolto, perché la verità può essere portata da tutti, anche dal bambino più piccolo, quando dice cose che, proprio perché vengono da una voce innocente, hanno spesso il potere di sorprendere e di mettere in crisi la presunta sapienza del mondo adulto.
Il racconto del vangelo ci presenta dunque il tempio in una luce nuova.
Perciò chi ama lo status quo, le gerarchie fisse, l’attaccamento al passato resti lontano dal tempio, dove c’è una perenne novità rappresentata dalla presenza di Cristo.
Stia lontano lui e tutti quelli che vorrebbe proteggere da ogni ventata di novità.
Sarebbe troppo pericoloso avvicinarsi.
E’ vero che il racconto si chiude con il ritorno di Gesù a Nazaret, dove rimane sottomesso a Maria e a Giuseppe.
Apparentemente tutto rientra nella normalità
In realtà quella disobbedienza di Gesù e le parole dette nel tempio avevano segnato, in quella
famiglia ed ora in ogni famiglia umana che si lasci educare dal vangelo, un passaggio rivoluzionario nel modo di vivere i rapporti per poter crescere insieme “in sapienza, età e grazia”.
“Le cose del Padre”non impedivano a Gesù di rimanere in quella casa e vi rimarrà per più di vent’anni, ma con una riserva: sarebbe venuto il momento in cui liberamente avrebbe preso le distanze da quella casa, pur sapendo che la sua decisione non sarebbe stata facilmente accettata.
L’ubbidienza non è una virtù, è stato detto da don Milani con grave scandalo dei benpensanti.
E’ importante ubbidire, ma è importante anche resistere, quando all’interno di una famiglia si respira una sorta di filosofia della vita (quante cose si potrebbero dire in proposito) che è difforme da quella insegnata da Gesù.
Celebriamo oggi il giorno della memoria per ricordare la shoah, lo sterminio degli ebrei nei lager nazisti e la persecuzione antiebraica anche nel nostro paese con le leggi razziali promulgate proprio 70 anni fa.
Come non interrogarsi sulla responsabilità di tante famiglie nella diffusione dell’antisemitismo o comunque nel seminare anche oggi sospetti e diffidenze nei confronti di chi è diverso per razza, religione o cultura?
Sono temi, quelli che abbiamo trattato, molto complessi e delicati, che andrebbero affrontati con una riflessione pacata e silenziosa come ha fatto Maria la quale – si legge nel vangelo - “serbava tutte queste cose nel suo cuore”.
Certe cose, soprattutto quelle che non si capiscono, bisogna macerarle nel silenzio e, ancor più, nella preghiera, perché possano esprimere tutta la novità e la sapienza con cui Gesù ha orientato la nostra esistenza, aprendo davanti a noi percorsi di grande, indicibile, insopprimibile libertà.

lunedì 21 gennaio 2008

II Domenica del tempo ordinario



II Domenica del tempo ordinario

Isaia 49, 3.5-6
Salmo 39
1 Corinzi 1, 1-3
Giovanni 1, 29-34
Immagine: la crocefissione di Grunewald

“Io non lo conoscevo....” dice Giovanni Battista parlando di Gesù.
Per ben due volte in questo breve testo di vangelo.
Questa confessione ci sorprende perché ciascuno di noi non può aver dimenticato i rapporti di parentela che esistevano tra Maria, la madre di Gesù, ed Elisabetta, la madre di Giovanni.
Come è possibile pensare che Giovanni non conoscesse Gesù, che forse gli era stato compagno di giochi e con il quale doveva avere scambiato tante confidenze?
Che sia dunque cambiato Gesù?
No, non è Gesù che è cambiato, ma è Giovanni che è cambiato, è il suo sguardo che non è più soltanto carnale, come direbbe l’apostolo Paolo, ma spirituale, cioè illuminato dallo Spirito tanto da poter dire:“Io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio”.
C’è una prima riflessione da fare, che ci riguarda personalmente.
La vita cristiana comporta una conoscenza sempre più approfondita su Gesù, una conoscenza sempre più aperta al rivelarsi del suo mistero inesauribile.
Si tratta di un compito senza fine.
Non basta infatti fermare l’attenzione sul Gesù della storia o il Gesù della teologia.
Gesù è sempre oltre, sempre al di là delle nostre conoscenze.
E’ una persuasione che deve rimanere profondamente radicata in noi, altrimenti si corre il rischio di diventare abitudinari della fede, professionisti della fede, gente cioè che sa di sapere e che perciò non si lascia più coinvolgere in questa meravigliosa, appassionante avventura che prende inizio da questo perenne interrogativo:”Chi è Gesù per me?”.
Gesù, bisogna dire, non ci lascia soli in questa ricerca.
E’significativa l’osservazione che c’è nel vangelo: Giovanni Battista vede Gesù “venire verso di lui”.
E’ Dio che prende l’iniziativa, è lui che ci viene incontro, è lui che muove i primi passi. Sempre.
E nel testo del vangelo per due volte si parla dello Spirito che discende.
C’è dunque una conoscenza secondo lo spirito che non è una conoscenza acquisita, ma è una conoscenza che viene da altrove, che viene dall’alto, che discende come una colomba, portata dallo Spirito.
E dove ci porta questa nuova conoscenza?
A incontrare Gesù come ”l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”.
Siamo sinceri: che cosa riusciamo a capire di quest’annuncio?
Chi ha la fortuna di andare a Colmar a vedere quel grande capolavoro che è la pala dell’altare di Isenheim dipinta da Grunewald, accanto al crocifisso, indimenticabile per il suo straziante realismo, la figura del Battista con l’indice enorme puntato verso Gesù e in basso, tra la croce e il Battista, un agnello.
Quanti sono i visitatori che riescono a collegare la scena con il vangelo di questa liturgia e a trovare il significato delle varie immagini?
L’ideale sarebbe che ammettessimo la nostra impreparazione e fossimo pronti all’interrogazione che può dischiudere il senso nascosto.
Perché Gesù è l’agnello di Dio?
Bisognerebbe evocare il servo sofferente di cui parla il profeta Isaia con l’immagine dell’”agnello condotto al macello”, oppure l’agnello pasquale “senza difetto” il cui sangue versato sugli stipiti delle porte avrebbe salvato le case degli ebrei poco prima dell’esodo.
Ma non basta neppure avere tutte queste informazioni se esse rimangono sul piano di una cultura nozionistica (così si diceva un volta) che non incide sul nostro vissuto e sul nostro destino.
Non ha senso una conoscenza del catechismo se essa non porta alla conoscenza di Gesù, ad una conoscenza sempre aperta a nuovi sviluppi e a continui stupori.
Noi conosciamo quando, al di là di tutto quello che possiamo sapere su di lui, arriviamo ad amarlo e a confidargli, sotto l’azione dello Spirito: “Signore Gesù, tu sei l’agnello di Dio, tu sei la dolce presenza di un Dio che, passo dopo passo, mi aiuta a vivere in libertà, non più sottomesso alla dura tirannia del peccato e della morte”.
E amando G sù si diventa testimoni.
Come Giovanni del quale due volte si dice che ha reso testimonianza.
Giovanni qui è presentato nella sua nuova identità.
Non è più visto come il precursore o il battezzatore, ma come it testimone.
Essere testimoni è la vocazione a cui tutti siamo chiamati.
Ricordo d’avere assistito anni fa ad una discussione proprio su questo tema.
Ad un certo punto c’è stato chi ha sollevato questa domanda: nel vangelo è più importante la figura del sacerdote o quella del testimone?
Il testimone è colui che interiorizza la verità e la irradia.
Il sacerdote è l’incaricato di un servizio nella casa di Dio.
Prima quindi viene il testimone, poi il sacerdote.
Viviamo in tempi in cui la testimonianza deve essere vissuta da ogni cristiano con particolare consapevolezza e responsabilità, ma questo non significa assumere forme di presenza che non siano secondo lo stile di Gesù.
Lo stile nella testimonianza è qualcosa di essenziale.
Se si è provocati, non si può reagire con metodi altrettanto trasgressivi e violenti.
La causa del vangelo non si difende meglio con la forza dei numeri o con l’asprezza delle parole.
L’agnello e la colomba, di cui si parla nel vangelo, sono simboli universali di innocenza, di dolcezza, di fragilità, di umiltà.
Dire che Gesù è l’agnello di Dio è dire in modo molto suggestivo che Gesù è la manifestazione della dolcezza , della tenerezza e pure della umiltà del nostro Dio.
E quando noi ascoltiamo queste parole al momento del comunione, dobbiamo pensare che Gesù si fa nostro nutrimento per far crescere in noi la dolcezza, la tenerezza, l’umiltà del nostro Dio: in una parola, la vita divina in noi e tra di noi.

sabato 12 gennaio 2008

Battesimo di Gesù



Matteo 3, 13-17

Credo che, per interpretare il racconto di Matteo, sia indispensabile un certo impegno immaginativo, non per inventare quello che non c’è, ma per portare alla luce quello che vi è sottinteso.
Cominciamo a inquadrare i protagonisti: sono Giovanni e Gesù, uno di fronte all’altro.
Ma Giovanni e Gesù non sono soli.
Se, come narra Matteo, Giovanni non soltanto battezzava, ma anche predicava sulla riva del Giordano, bisogna pensare che attorno ci fosse una folla di ascoltatori, quasi a formare il coro previsto dalle rappresentazioni classiche.
Proseguendo in questa ricostruzione della scena, bisogna immaginare il tipo umano prevalente in questo addensarsi di persone sulla riva del Giordano.
Gesù e Giovanni erano giovani.
E giovani dovevano essere anche quei discepoli di Giovanni che in seguito, lo sappiamo da altri passi del vangelo, sarebbero diventati discepoli di Gesù.
Che cosa cercavano tutti quei giovani lontano dalla città?
E’ proprio del mondo giovanile sognare un mondo nuovo ribaltando gli schemi logori del passato.
Questa voglia di rinnovamento nel racconto di Matteo è suggerita anche dallo scenario.
Perché accorrono in massa sulle rive del Giordano?
L’acqua del Giordano, per la predicazione di Giovanni e per il battesimo che vi amministrava, parlava loro di purificazione, di pulizia morale, di creazione fresca e nuova.
C’è un aforisma che dice: “Chi ha veramente sete, sente il rumore dell’acqua”.
Quei giovani arrivati al Giordano avevano sete di una vita diversa, di un’acqua zampillante per la vita eterna.
Non bisogna dimenticare inoltre che non si trattava di una fonte o di un fiume qualsiasi, ma del Giordano, di un fiume cioè che nella storia del popolo d’Israele aveva segnato il confine tra l’attesa della terra promessa (gli anni passati nel deserto) e la conquista del regno della libertà.
Il desiderio di una vita nuova prendeva perciò, sulle rive del Giordano, un carattere particolare: era un anelito alla libertà.
Ci stupisce però, a questo punto, la presenza di Gesù tra quella folla di persone che chiedevano a Giovanni il battesimo
Che bisogno aveva di ricevere il battesimo di penitenza, lui che non aveva alcuna colpa?
La tradizione cristiana dirà che era senza peccato.
Verrebbe voglia di suggerirgli: “Signore Gesù, hai sbagliato posto. Il tuo posto non è qui, tra questa gente che porta il peso di tante inadempienze”.
L’obiezione, prima che nostra, era stata del Battista stesso il quale si era rivolto a Gesù con queste parole: “Io avrei bisogno di essere battezzato da te e sei tu che vieni verso di me?”.
Ma Gesù non si lascia turbare da queste obiezioni.
Venuto a condividere totalmente la nostra condizione umana, custodisce anche lui, dentro di sé, una sofferenza segreta e un sogno meraviglioso.
Pare che a farlo soffrire sia stata soprattutto l’esperienza del confronto ruvido e delle rivalità che reggono i rapporti tra le persone.
Fin dalla nascita noi ci muoviamo in un mondo segnato da questa logica del confronto che definisce la superiorità degli uni sugli altri attraverso gerarchie di merito.
Anche sulle rive del Giordano questa logica è imperante.
“Razza di vipere, chi pretendete di essere?”grida il Battista il quale non annuncia la venuta di Gesù, ma di uno più forte di lui di cui, dice, non è degno di sciogliere i legacci dei sandali.
Si è e si rimane nel mondo dei raffronti e delle competizioni, tanto che colui del quale è annunciata la venuta non avrà altro compito se non di separare quelli che valgono da quelli che non valgono, il buon grano da riporre nei granai dalla paglia destinata al fuoco che non si estingue.
Questa situazione doveva far soffrire molto Gesù.
Da questa sofferenza gli nasceva nel profondo del cuore il desiderio di comunicare non con un Dio giustiziere, come era ancora nella predicazione di Giovanni, ma con un Dio giusto, che fosse cioè pura benevolenza e guardasse ad ogni essere umano come al proprio figlio preferito, al di fuori di ogni gerarchia.
Entrando nelle acque del Giordano sognava di poter comunicare con l’invisibile Benevolenza.
E quando esce dal Giordano il miracolo si compie: i cieli si aprono e una voce lo conforta con queste parole: “Questi è il figlio mio bene-amato, nel quale mi sono compiaciuto”.
Sono parole meravigliose, di straordinaria bellezza e dolcezza, parole che ciascuno può accogliere come rivolte a se stesso.
Perché, come dice l’apostolo Paolo, in Cristo anche noi siamo figli e quindi coeredi, anche su ciascuno di noi c’è la parola del Padre:”Tu, mio unico, mio bene-amato”.
C’è un Dio che non aspetta che noi siamo buoni, per amarci
Noi siamo educati a meritarci di essere amati, a compiere delle cose che siano meritevoli di approvazione e di amore.
Invece Dio mi dice che sono amato bene dall’inizio. Dio non mi ama perché sono buono, ma perché, amandomi, vuole rendermi buono.
Passiamo la vita cercando di riuscire in qualcosa, di diventare qualcuno.
Ciascuno ha un proprio progetto, una particolare ambizione, ma più che figli bene-amati non potremo mai essere.
Questa festa, oggi, è la festa di ciò che è nascosto in noi e va riscoperto.
E’ una festa che può procurarci o restituirci uno sguardo di immensa stima su noi stessi.Per pura grazia, perché c’è un Padre che ci ama come ha amato Gesù.

domenica 6 gennaio 2008

Solennità dell’Epifania

Che cosa rappresenta per noi l’Epifania?
Ne abbiamo fatto la leggenda di un viaggio favoloso, da collocare in una cornice di folclore.
Bisogna restituire all’epifania, almeno all’interno di una celebrazione liturgica, la sua densità teologica e salvifica.
Per questo è necessario aprirsi allo stupore rileggendo con attenzione il testo di Matteo.
Lo scenario evocato dal racconto ha dimensioni cosmiche tanto è vasto non solo in estensione ma anche in altezza.
Comprende infatti il limite estremo del mondo (“venuti dall’Oriente” si dice dei Magi) e la sommità più alta del cielo, là dove si affacciano le stelle.
E vasto è pure lo scenario di ordine storico, con la presenza di una città, Gerusalemme, carica di memorie e il rimando alle scritture in cui sono custoditi secoli di tradizioni religiose.
Questo vasto, immenso scenario ha un punto unificante, che vale cioè come centro di attrazione e di convergenza di tutti gli elementi che abbiamo richiamato.
Questo centro non è né in alto né in oriente e neppure a Gerusalemme.
Il centro di tutto ciò che esiste è Betlemme:”E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda”.
Che senso hanno gli astri e i pianeti su cui un giorno si è interrogato il grande Leopardi: “Che fai tu, luna, in ciel?”?
Che senso hanno le scienze astronomiche e quelle religiose?
E le ricerche smaniose degli uomini che scrutano i cieli e scrutano i libri?
Ci sono tante luci disseminate nel mondo, ma la luce vera, il vero Oriente, è quel bambino che è nato a Betlemme.
Dio si è rivelato e come luogo rivelativo per tutta l’umanità, per gli uomini dell’Oriente e dell’Occidente, per le persone colte e per quelle semplici, ha scelto l’umile condizione di un neonato.
Questo è il messaggio teologico dell’Epifania.
Insieme a questo messaggio, l’Epifania ne esprime un altro che riguarda le nostre risposte, cioè il cammino per arrivare fino a Gesù.
A questo proposito, bisogna considerare come esemplare e normativo il comportamento dei Magi e, prima ancora, quello della stella..
“E le stelle stanno a guardare” aveva detto anni fa uno scrittore denunciando l’impassibilità del cielo nei confronti di tutto ciò che vivono e soffrono gli uomini.
Ma le stelle, ci dice oggi Matteo, non sono impassibili: sono vivaci, partecipi, in movimento, docili a quella gravitazione che viene esercitata dal mistero di Betlemme.
Nel solco luminoso tracciato da una stella si muovono gli uomini venuti dall’Oriente, modellando la loro docilità sulla docilità della stella che li guida.
E’ una docilità a quell’attrazione misteriosa che da Betlemme si è trasmessa alla stella e dalla stella al loro cuore.
I magi diventano perciò dei cercatori dell’assoluto, uomini delle lunghe distanze e delle pazienti interrogazioni, sempre pronti a interpretare ogni segno della creazione e il volto di ogni viandante.
I Magi sono quello che noi non siamo capaci di essere.
Abbiamo davanti una lunga teoria di persone – e tra queste possiamo essere anche noi – che non ha più domande da fare, ma solo risposte da dare, certezze da affermare, con una perentorietà che non ammette obiezioni.
E’ gente che non legge e non pensa, non ama il silenzio e non prega.
Gente che possiede quel piccolo sapere specialistico che riempie di presunzione e non sa mettersi in sintonia con la verità più vasta e più profonda, quella che brilla nella luce di una stella o negli occhi di un bambino.
Ma torniamo ai Magi.
A me piace immaginarli con grandi occhi, occhi dilatati, capaci di vedere anche nella notte, occhi come di uccelli notturni.
Sapete che la civetta è l’animale simbolo dei monaci, degli uomini cioè amanti delle solitudini, capaci di vedere nelle tenebre l’approssimarsi dell’aurora.
Ma i Magi, nonostante i loro grandi occhi, non sarebbero ancora riusciti a vedere nell’oscurità di Betlemme se il loro guardare e interrogare non fosse stato accompagnato da altri gesti.
“Prostratisi, lo adorarono” dice il vangelo.
E poi offrirono doni.
La lezione è trasparente.
Una sapienza senza amore, che luce potrebbe dare?
La sapienza che permette di vedere è solo quella che si nutre di umiltà e di tenerezza.
Gli occhi vedono solo se il cuore è capace di amare.
Un poeta, Edmond Rostand, ha intuito bene questa verità quando ha immaginato - è il tema di un suo componimento - che ad un certo punto del viaggio i Magi avessero smarrito la strada.
Due erano bianchi, il terzo, il più povero, era nero.
Allora i primi due, forti del loro sapere, cominciarono a tracciare al suolo dei cerchi, con il bastone, si misero a calcolare grattandosi ogni tanto il mento per concentrarsi meglio.
Inutilmente. E piansero.
Il terzo, disprezzato dagli altri, disse tra sé: “Pensiamo alla sete che non è la nostra.
Bisogna dar da bere, lo stesso, agli animali”.
E mentre sosteneva il suo secchio per abbeverare i cammelli, vide nello spicchio di cielo riflesso nell’acqua la stella d'oro che danzava in silenzio. Chi Chi è capace di vedere la luce fino a contemplare la luce vera che illumina ogni uomo?
Chi è capace di servire, di abbassarsi di fronte ad ogni creatura che soffre, fosse pure un piccolo animale?
I Magi, davanti a Gesù, si sono abbassati in un gesto di donazione e di offerta.
Si sono fatti piccoli, sulla misura del bambino.
E da quel momento – c’è da crederlo - hanno avuto l’impressione di essere sollevati: sollevati dalla oscurità di tante domande senza risposta, sollevati dalla paura per i tanti Erode che ci sono nel mondo, sollevati dalla schiavitù delle cose che catturano lo spirito.
Ritornando nella loro regione non avrebbero più trovato, a guidarli, una stella, ma la luce oramai la portavano dentro, dopo aver contemplato il bambino.
Se abbiamo celebrato bene questo Natale per aver cercato la verità e interrogato la parola di Dio e, soprattutto, per avere scelto di abbassare il nostro orgoglio e il nostro egoismo davanti a qualche piccolo, immagine viva del piccolo di Betlemme, anche noi questa luce la custodiremo dentro come un dono prezioso.
E che il Signore ce la conservi sempre, anche nei giorni difficili.

mercoledì 2 gennaio 2008

Maria, madre di Dio

Numeri 6, 22-27
Galati 4,4-7
Luca 2,16-21

C’è una liturgia laica che in un giorno come questo prevale sulla liturgia della chiesa.
Del resto, ci fosse visibilmente Gesù tra noi, io credo che anche lui, così attento alle esperienze umane nel loro svolgersi quotidiano, oggi parlerebbe del sentimento del tempo.
E ne parlerebbe non in termini filosofici ma a partire dalla concretezza del nostro vissuto.
Che cosa rappresenta il tempo per noi?
Che percezione ne abbiamo? Come lo sentiamo trascorrere nella nostra vita?
Il tempo è la nostra disperazione e la nostra speranza. Il tempo è il nostro destino.
Anzitutto avvertiamo che c’è qualcosa di angoscioso nel flusso del tempo.
Veniamo da un passato che non c’è più.
Bello o brutto che sia stato, appartiene oramai solo alla dimensione della memoria.
Andiamo verso un futuro che non c’è ancora.
Lo possiamo solo anticipare con l’immaginazione.
Solo il presente sembra appartenerci.
Ma, a pensarci bene, anche il presente ci sfugge e risulta inafferrabile.
Non è possibile, come qualcuno voleva, dire all’attimo fuggente: “Arrestati, sei bello!”.
In quel momento, l’attimo è già stato inghiottito dal passato.
Per questo l’autore di un libro della Bibbia, il Qoèlet, parlando del tempo, dice che, sì, c’è un tempo per piantare e un tempo per sradicare, un tempo per costruire e un tempo per demolire, un tempo per danzare e un tempo per dolersi, ma poi racchiude tutte queste diverse e opposte espressioni del tempo in una legge: tutto è vanità.
La nostra fede ci dice però una cosa molto importante: c’è la possibilità di vincere il tempo.
D’accordo: i nostri orologi che ci danno l’impressione di essere noi a dominare il tempo, ci ricordano anche che noi vi siamo soggetti e che il tempo scorre impetuoso, inarrestabile.
C’è però una novità.
L’eternità penetra nel nostro tempo, lo riscatta dalla vanità, gli restituisce uno spessore, una consistenza, una durata che di sua natura non avrebbe.
In una vecchia canzone dei guardiani notturni tedeschi ogni ora è ricordata con qualche nota caratteristica.
Della mezzanotte si dice: “Sono le dodici, il giorno è finito. Donaci, o Signore, l’eternità”.
Noi abbiamo bisogno di eternità.
Il giorno troppo è breve. Il tempo troppo effimero.
Ora – questa è la novità – l’eternità è già dentro il nostro tempo.
E un dono già presente.
In questo tempo natalizio, parafrasando un celebre detto di Clemente Alessandrino secondo cui Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio, potremmo dire che l’eternità si è fatta tempo, perché il tempo potesse diventare eternità.
Quando Dio stesso entra nel flusso del tempo, il flusso del tempo è vinto.
A me piace ricordare spesso un’affermazione che si trova nel salmo 31: “Il mio tempo sta nelle tue mani”.
Il mio tempo non è altro che la mia esistenza terrena, il mio passato, il mio futuro e questo continuo passaggio dal passato al futuro.
Si potrebbe dire semplicemente così; “Il mio tempo sono io, come ero, come sono e sarò, Come tu ben mi conosci. Con tutto me stesso sto nelle tue mani”.
E’da sottolineare l’importanza del verbo “stare”.
Mentre non c’è nulla al mondo che sia stabile, io sono certo che nulla della mia vita sarà perduto, dimenticato, cancellato per questa unica ragione: perché è nelle tue mani.
E quali mani!
Non nelle mani di un oscuro, tetro destino da decifrare mediante qualche oroscopo.
E neppure nelle mie mani. Per fortuna.
Ma nelle mani di Dio, di un Dio che lo Spirito Santo dentro di noi ci suggerisce di chiamare con il dolce nome di padre: ”Abbà, Padre!”.
Siamo nelle mani del Figlio di Dio che, incarnandosi, ha preso il nome di Gesù, che vuol dire. “Dio salva” e che un giorno dirà: ”Nessuno verrà strappato dalle mie mani”.
Il nostro tempo è dunque affidato alle mani misericordiose di Dio.
Abbiamo fatto tanto o poco nel corso dell’anno?
Abbiamo creato, costruito, amato?
Abbiamo commesso errori, molti errori?
Nonostante tutto, l’anno che sta per finire è stato un anno di salvezza, un anno di grazia.
E affidiamo a Dio anche l’anno nuovo.
Se Gesù fosse presente tra noi, che cosa ci augurerebbe per il nuovo anno?
Credo che non mancherebbe di augurarci il comportamento di Maria, sua madre, la quale (come si legge nel vangelo), ripensando ai vari ”segni” che avevano accompagnato la nascita di Gesù, “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”.
Gesù, in altre parole, ci farebbe l’elogio del silenzio come via privilegiata per arrivare ad un ascolto pieno di stupore.
E’ molto bello infatti ascoltare la musica della creazione per gustarne l’armonia segreta o ascoltare gli uomini per arricchirci della loro diversità o ascoltare il proprio cuore dove si fa sentire la voce dello Spirito che ci permette di orientare la nostra vita.
E’ nel silenzio contemplativo che possiamo avvertire il trascorrere della benedizione di Dio come un carezza di luce sul nostro volto così da renderci creature benedette e benedicenti per il riflesso di quella luce divina che può far brillare il nostro volto trasmettendo un augurio di pace.