giovedì 22 maggio 2008

Trinità


Esodo 34, 4-6.8-9
2 Corinzi 13, 11-13
Giovanni 3, 16-18
Iniziando questa riflessione sul mistero della Trinità, vorrei anzitutto esprimere il mio dissenso a proposito di una raccomandazione che un grande santo come Francesco di Sales fece un giorno a un futuro vescovo.
Gli scriveva: "Non predicate al vostro popolo su cose difficili e che risulterebbero di scarsa utilità, come il mistero della Santa Trinità".
Ma come è possibile non toccare questa verità che è al centro della fede cristiana?
Certo si tratta di parlarne con un linguaggio diverso da quello specialistico e tecnico che rischia speso di apparire incomprensibile e di provocare noia e insofferenza.
Non si può infatti negare che, se la Trinità per molti cristiani è un enigma indecifrabile, un rompicapo da lasciare ai teologi, una sorta di labirinto per la ragione, la colpa va cercata in un certo tipo di linguaggio con cui ci si è accostati al mistero con la pretesa di spiegarlo.
Ora il mistero non va spiegato (non si dimentichi che il mistero è una verità troppo luminosa per essere sostenuta dall’occhio della nostra mente), ma richiede il coraggio di immergersi, di lasciarsi sommergere, di perdersi dentro.
Per questo, quando una persona mi dice. "Io nella Trinità mi ci perdo", mi verrebbe voglia di dire: "Lei è sulla strada giusta.
E’ bello pensare che non esistono spiegazioni per ogni cosa. Si può provare perfino gioia in presenza del mistero. E’ la gioia di scoprire che c’è qualcosa che ci supera, che tutto non può essere ridotto a razionalità, che per fortuna Dio si sottrae alla nostra pretesa di volerlo racchiudere dentro i nostri involucri culturali e che la conoscenza di Dio è un problema che riguarda il cuore più che la mente, la contemplazione più che il ragionamento".
Se o qualcuno mi dicesse: "Mi parli lei della Trinità", sarei tentato di sconcertare non poco il mio
interlocutore dicendo:"Io non credo nella Trinità. Del resto, la parola Trinità neppure esiste nelle scritture.
La mia fede è semplice.
Credo in Gesù Cristo, in tutto quello che ha detto, ha insegnato e ha fatto.
Sono certo che Gesù è l’immagine più luminosa e più trasparente di Dio a cui si rivolgeva chiamandolo Padre.
Gesù ci ha parlato del Padre rivelandoci che anche noi siamo figli suoi.
Ci ha parlato anche dello Spirito Santo e ce lo ha mandato come sua memoria vivente, perché traducesse il vangelo nel linguaggio degli uomini e delle donne del nostro tempo.
Ci ha fatto capire che Padre, Figlio e Spirito sono uniti in una sorta di cospirazione che è unicamente il respiro dell’amore.
Ecco un’elementare professione di fede trinitaria in cui deve contare più lo stupore che la preoccupazione di capire.
C’è da rimanere stupiti, perché si tratta non di una verità fredda e geometrica, ma calda e palpitante.
Il nostro Dio non è un Dio monolitico, che si possa evocare con l’immagine di un blocco solo, ma è un Dio in cui c’è la dimensione dell’alterità, della relazione, della comunicazione.
La Trinità è il luogo per eccellenza del dare e del ricevere, e dunque il luogo per eccellenza dell’amore.
C’è da chiedersi, a questo punto, se la Trinità sia, oltre che un mistero difficile da spiegare, anche una verità di scarsa utilità, come sembra suggerire lo scritto di Francesco di Sales a un futuro vescovo.
In realtà essa è una verità che racchiude cd esprime tutta la forza del vangelo.
Essa non è altro che amore.
Per questo non si riesce a capire come sia stato possibile, anche nel mondo cristiano, associare la violenza al nome di Dio.
Tutte le volte che i cristiani hanno esercitato la violenza, perfino per imporre agli altri la propria fede cristiana, hanno messo in atto la peggiore eresia contro il cristianesimo.
E’ la peggiore, perché colpisce al cuore il cristianesimo nel suo valore fondamentale e irrinunciabile che è l’amore.
Ed è un’eresia che purtroppo si trascina nel tempo.
"Dio ha tanto amato il mondo" abbiamo letto nel vangelo di Giovanni.
Il nostro non è un Dio che giudica e punisce, ma è un Dio che ama, che chiama, che perdona, che vuole salvare tutti.
Il mondo di cui parla Gesù nel colloquio con Nicodemo non è soltanto quello delle persone perbene che godono di una sistemazione decorosa all’interno della società.
Il mondo che Dio ama è rappresentato anche da coloro che non ameremmo trovarci accanto, la cui presenza ci infastidisce perché li consideriamo un pericolo per la nostra sicurezza.
D’accordo c’è bisogno di leggi che impediscano il ripetersi di certi gesti di prepotenza e di violenza a cui sono esposte soprattutto le persone più fragili e indifese, ma guai se queste norme dovessero essere elaborate e interpretate con un senso di sospetto e di diffidenza nei confronti di chi è diverso da noi.
Ogni forma di razzismo e di intolleranza è una negazione di quel Dio che oggi si rivela a noi come relazione, come amore vissuto, sperimentato, condiviso.
Il mistero della Trinità non è dunque una verità di scarsa utilità, ma è una verità di drammatica attualità.
Dopo avere visto qual è la negazione più grave del nome di Dio, bisognerebbe che ci domandassimo qual è per contro la realtà che meglio lo esprime e lo rappresenta.
Di immagini ne sono state utilizzate tante.
Ma io preferisco quella proposta da un grande maestro di spiritualità del nostro tempo, Maurice Zundel, il quale ha scritto che "la famiglia è la più bella parabola dell’Eterna Trinità".
Bisognerebbe certo pensare alla famiglia ideale in cui nessuno cerchi di possedere l’altro riducendolo alla propria misura, ma ciascuno viva dell’altro e per l’altro, rispettando la sua diversità e originalità.
Se poi all’interno della famiglia si volesse cercare qualche momento che meglio di ogni altro esprima una consonanza con il mistero trinitario, a me pare che si dovrebbe pensare alla esperienza della preghiera e del perdono.
Per quanto riguarda la preghiera, non penso soltanto alla preghiera rivolta a Dio, che è esperienza di dialogo, di ascolto e di confidenza, ma anche allo stile di preghiera che dovrebbe esistere tra tutti i componenti dell’unità famigliare per cui non si immagina che qualcuno possa imperiosamente dire: "Tu devi".
La categoria dell’obbligo,che è la negazione dell’amore, dovrebbe cedere alla categoria della fiducia e dell’attesa.
E con questo stile di preghiera dovrebbe esserci il gusto di perdonarsi e di inventare una riconciliazione dopo ogni possibile contrasto.
A questo modo non solo si vive a somiglianza di Dio, ma si arriva a conoscere meglio il nostro Dio.
Diceva Van Gogh in una lettera al fratello Theo: "Involontariamente sono sempre portato a credere che il mezzo migliore di conoscere Dio sia di amare molto. Ama un amico, una persona, una cosa, quello che vuoi tu. E sarai sulla buona strada per saperne di più…".
Se amassimo di più, forse ci sarebbe dato di capire di più anche la Trinità.
Perché (è un’osservazione di Paolo Ricca) " Dio non va pensato, ma va vissuto.
E il modo più adeguato per vivere Dio è amare".

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