sabato 8 settembre 2007

XXIII Domenica del tempo ordinario



Sapienza 9, 13-18
Salmo 89
Filemone 9-10;12-17
Luca 14, 25-33


La sapienza – ce lo ha fatto capire la prima lettura – ha un ruolo fondamentale in ordine alla salvezza.
Ma che cosa è mai questa sapienza?
La parola, lo sappiamo bene, ha assunto nei tempi coloriture e sfumature diverse.
Nell’antichità sapiente era soprattutto il filosofo e, in particolare, il filosofo che si occupava di problemi di ordine morale.
In seguito venne considerato sapiente l’uomo dotto, colui che possedeva una grande erudizione ed era versato in molte discipline.
In tempi recenti si è visto che a creare e a rappresentare la figura del sapiente è soprattutto l’uomo di scienza, colui che detiene i segreti della natura.
Ma è questa la sapienza che salva, quella dei filosofi, degli eruditi, degli scienziati?
Nella prima lettura c’è un’affermazione che fa riflettere: “La tenda d’argilla (cioè il corpo) grava la mente dai molti pensieri”.
Abbiamo una mente inquieta, curiosa, smaniosa di conoscere: una “mente dai molti pensieri”.
Ma su questa mente inquieta “grava (c’è nel verbo un senso di irriducibile pesantezza) la tenda di argilla”: ciò che nella nostra condizione rappresenta lo spessore della ignoranza e di una invincibile ottusità.
Crediamo a volte di sapere, ma che cosa sappiamo?
Non sappiamo neanche esattamente che cosa è un fiore, una goccia d’acqua, un insetto nel suo movimento senza parlare di ciò che è infinitamente grande.
Ma anche supponendo di avere queste conoscenze, non sappiamo ancora cose ben più importanti: il senso della vita, che cosa è la felicità, il perché della sofferenza, che cosa nasconda la morte.
Problemi questi non oziosi, ma vitali, che ci portiamo dentro nella carne, nel sangue, nel vivo del nostro esistere.
Ecco perché di certe persone che dimostrano di sapere tutto, si potrebbe dire: "Sanno tutto, ma soltanto quello".
Ha ragione l’autore del Libro della Sapienza quando dice:”I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni ”.
Questo vuol dire che la vera sapienza è altrove.
Gesù del resto l’aveva detto: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra perché hai tenuto nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”(Mt 11,25).
La vera sapienza – è giunto il momento di dirlo - è la fede.
La quale fede non è un gioco di speculazione intellettuale.
Certo, anche l’intelligenza ha un ruolo importante.
Si tratta pur sempre di conoscenza,.
Ma è soprattutto – come si legge nel salmo responsoriale, la sapienza del cuore.
È un’intelligenza che coniuga dentro di sé la mente e il cuore.
E’un conoscere amando.
Se ami molto, ti si aprono davanti i segreti di Dio.
Quante cose impari che prima non conoscevi: che Dio è Padre e ama tutti, che il valore supremo è la fraternità, che ciò che conta agi occhi del mondo non salva dalla paura e dalla morte e paradossalmente ciò che non conta può essere strumento di salvezza.
Quante cose nuove, insospettate, incredibili.
Così dicendo veniamo a cogliere uno degli aspetti fondamentali di questa sapienza del cuore.
E una sapienza che non coincide con il cosiddetto buon senso, anzi ne costituisce spesso il polo opposto.
Il senso comune è ancora una forma di sapienza umana.
E’fondato su ciò che la maggioranza permette e approva.
Il senso comune è fatto di equilibrio, di misura, di cautela.
La sapienza evangelica invece sconvolge, scompiglia, sconcerta il senso comune.
Prendiamo gli esempi dalle letture.
Il senso comune considera la proprietà privata come qualcosa di assoluto, un valore intoccabile.
Chi estremizzando ha detto che la proprietà privata è un furto, ha sfidato generazioni di pensatori e di moralisti che avevano parlato della proprietà come voluta da Dio, fondata sul diritto naturale.
Noi abbiamo sacralizzato la proprietà.
Ma questo non fa parte della sapienza evangelica.
E’ significativa al riguardo la I lettura.
Per capire, bisogna prima richiamare i fatti.
Uno schiavo, Onesimo, fugge dalla casa del padrone Filemone.
Lo schiavo rappresentava allora un capitale. Anche senza rubare nulla al padrone, per il solo fatto di fuggire, era un ladro.
Paolo che lo ha accolto e trattato come un amico, anzi come un figlio (pensate: uno schiavo in fuga, agli occhi della gente, un delinquente) lo rimanda da Filemone, non per restituirgli il capitale perduto; lo rimanda infatti non più come schiavo, ma come amico.
C’è in questa piccola storia una lezione bellissima.
La proprietà è importante ma al di sopra c’è qualcosa d’altro. Altri valori, ben più preziosi. Il primo tra questi: l’amicizia, la fraternità. Il resto è nulla al confronto.
Chi è disposto a capire?
Un altro esempio ci viene dal vangelo.
“Se uno non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”
E’ una parola che fa spavento.
Una lettura letterale del testo fa del discepolo un misantropo o un masochista che preferisce la croce del calvario alla dolcezza di un focolare.
Gesù qui è agli antipodi di Confucio e della religione cinese che esaltano la pietà filiale e il culto degli antenati.
Ecco perché, quando i gesuiti predicarono in Cina, si guardarono bene dal citare questo testo di Luca.
Che cosa pensare dunque di questa parola di Gesù?
Bisogna anzitutto osservare che qui si avverte la mancanza del comparativo nella lingua aramaica, la lingua parlata da Gesù.
Probabilmente Gesù voleva dire che per seguirlo bisognava essere disposti ad amare lui più di tutti i famigliari, anche i più stretti.
Ma pur con questa attenuazione, la parola di Gesù conserva per noi una radicalità che dobbiamo cercare di capire.
Noi, oltre alla proprietà, abbiamo sacralizzato la famiglia.
La famiglia è tutto, ci siamo detti tante volte.
Ora Gesù con queste parole ci vuole dire che neppure la famiglia è tutto.
Al di sopra del padre mio, c’è il Padre nostro.
Al d sopra dei legami famigliari, c’è il legame con lui, il Cristo, c’è la sequela di Cristo.
Al di sopra dell’ideologia famigliare che quasi sempre è l’ideologia del buon senso, c’è la saggezza evangelica che non coincide con il buon senso, ma si sbilancia vesrso l’eccesso, la dismisura, la follia.
Che sia necessaria un po’di follia, l’avevano capito anche quei giovani studenti che avevano inventato questo slogan:”La pazzia è il sale che impedisce alla ragione di marcire”
Noi potremmo dire: “La follia evangelica è i sale che impedisce al nostro buon senso di essere troppo scipito,ovvio, scontato".
Non confondiamo la sapienza evangelica con il nostro buon senso.
Questo va contestato e superato.
La sapienza cristiana – non dimentichiamolo.- rasenta la follia.
È quello che Francesco aveva capito quando diceva: ”Il Signore ci ha rivelato essere suo volere che io fossi pazzo nel mondo”.
Questo andava detto se non si vuole tradire il vangelo.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Don Luigi, grazie per la tua omelia di questa domenica.

Se fosse possibile ti chederei di non dire altro perchè nella predica di oggi c'è tutto, proprio tutto, ciò che mi è necessario per riflettere per un lunghissino tempo.

Grazie di esistere. Maria Luisa